Prosegue davanti al Gup del Tribunale di Varese il procedimento per la morte di Rachid Nachad, il 32enne ucciso il 10 febbraio 2023 nei boschi di Castelveccana. Al centro dell’udienza sono emersi nuovi elementi che alimentano il confronto tra accusa e difesa, tra cui l’esistenza di una chat WhatsApp acquisita agli atti
Prosegue davanti al Gup del Tribunale di Varese il procedimento per la morte di Rachid Nachad, il 32enne ucciso il 10 febbraio 2023 nei boschi di Castelveccana. Al centro dell’udienza sono emersi nuovi elementi che alimentano il confronto tra accusa e difesa, tra cui l’esistenza di una chat WhatsApp acquisita agli atti dell’inchiesta.
Per l’omicidio è imputato un ex carabiniere, all’epoca in servizio presso la Compagnia di Luino, accusato di omicidio volontario. A processo anche un suo ex superiore, chiamato a rispondere dell’accusa di favoreggiamento. Entrambi respingono le contestazioni.
Nel corso dell’udienza è stato ascoltato per oltre tre ore il consulente balistico della difesa, mentre l’audizione di quattro militari, inizialmente prevista, è stata rinviata al prossimo 24 settembre dopo un’eccezione sollevata dalla parte civile.
A richiamare l’attenzione è stata soprattutto una chat WhatsApp, citata dall’avvocato Marco Romagnoli, che assiste i familiari della vittima. Secondo il legale, il gruppo di messaggistica avrebbe avuto un nome riconducibile all’espressione “caccia al marocchino” e rappresenterebbe un elemento utile a delineare il contesto nel quale sarebbe maturata la vicenda. Romagnoli ha parlato di un quadro “agghiacciante”, sostenendo che tali circostanze getterebbero un’ombra sull’operato di alcuni appartenenti all’Arma.
Su questo aspetto, tuttavia, il dibattimento non è ancora entrato nel merito. Il difensore dell’imputato accusato di favoreggiamento, l’avvocato Luca Marsico, ha dichiarato che la questione sarà affrontata nel corso del rito abbreviato, invitando a valutarla nell’ambito del processo.
Di diverso avviso la difesa dell’ex carabiniere imputato di omicidio. L’avvocato Lucio Lucia ha spiegato che si trattava di una chat utilizzata dai militari impegnati nelle operazioni antidroga nei boschi del Varesotto, un’area interessata da anni da attività di spaccio. Secondo il legale, il nome del gruppo e alcuni messaggi sarebbero riconducibili a “battute goliardiche” tra colleghi e non costituirebbero la prova di comportamenti discriminatori o di altre condotte illecite.
L’inchiesta dovrà ora chiarire il significato e il peso di questi elementi, mentre il procedimento prosegue con l’esame delle prove e delle testimonianze. Le responsabilità degli imputati saranno accertate nel corso del giudizio.









