Un’altra vita spezzata, un’altra donna uccisa. L’ennesimo femminicidio, che ancora una volta ci ricorda quanto sia profonda la piaga della violenza domestica in Italia. A Foggia, nella serata del 24 aprile 2026, Stefania Rago, una donna di 46 anni, è stata brutalmente uccisa dal marito, Antonio Fortebraccio, 48 anni, guardia giurata.
Il crimine si è consumato nell’appartamento della coppia, in via Gaetano Salvemini, dove vivevano insieme ai figli poco più che ventenni. Quella che sembrava essere una serata come tante altre si è trasformata in un incubo: una discussione accesa, le urla che riecheggiano tra le mura domestiche, e poi il rumore sordo degli spari. Quattro colpi di pistola, uno per ciascuna vita spezzata, uno per ciascun sogno infranto.
Secondo le prime ricostruzioni degli inquirenti, Fortebraccio ha esploso i colpi con la pistola d’ordinanza che deteneva in qualità di guardia giurata. Il gesto, così crudele e impulsivo, non sembra essere frutto di una rabbia momentanea, ma piuttosto di un contesto familiare che forse, come molti altri, celava sotto la superficie un’invisibile violenza, fatta di tensioni e frustrazioni accumulate nel tempo.
I vicini raccontano di aver sentito distintamente le urla provenire dall’appartamento, seguite subito dopo dal suono dei colpi di pistola. Non è la prima volta che la violenza domestica si manifesta in questo modo, eppure, anche questa volta, sembrano non esserci stati segnali sufficienti a fermare il dramma prima che accadesse.
Il marito, dopo aver commesso l’omicidio, si è costituito spontaneamente, consegnandosi ai carabinieri che lo hanno arrestato poco dopo il suo arrivo in caserma. Le indagini si stanno concentrando ora su eventuali precedenti episodi di violenza all’interno della coppia, ma anche sulla possibilità che Stefania Rago avesse già espresso preoccupazioni per la propria sicurezza.
La pistola d’ordinanza, elemento centrale nell’indagine, solleva interrogativi sul controllo che dovrebbe esserci attorno a tali armi, specialmente se utilizzate per motivi privati e in contesti così tragici. La domanda che ci poniamo, ancora una volta, è come sia possibile che una persona in possesso di un’arma da fuoco possa scatenare una violenza di questa portata, e come le istituzioni possano meglio monitorare i rischi connessi a situazioni di abuso.
Siamo di fronte a un’altra tragedia che, come troppe altre, ci lascia senza parole. L’assassinio di Stefania Rago non è solo una notizia di cronaca, è un grido di dolore che chiede attenzione, consapevolezza e cambiamento. Un cambiamento che deve cominciare dalla cultura, dall’educazione alla parità e al rispetto reciproco, ma anche da politiche che sappiano proteggere le donne, ascoltarle, e prevenire l’escalation di violenza.
Ogni femminicidio è un fallimento collettivo, è il segno di una società che non riesce a fermare una violenza sistematica e che troppo spesso tollera l’intollerabile. Non possiamo più permettere che le urla nelle case continuino a essere ignorate, che la violenza venga giustificata o minimizzata. La lotta contro il femminicidio non è solo una questione di legge, ma di coscienza sociale. E finché non avremo il coraggio di affrontare davvero il problema, tragedie come quella di Stefania continueranno a ripetersi.
Le indagini sono ancora in corso, ma per Stefania, purtroppo, la giustizia arriverà troppo tardi. Nel frattempo, i suoi figli, la sua famiglia e tutta la comunità di Foggia si ritrovano a fare i conti con una perdita irreparabile, un vuoto che non sarà mai colmato.
Ogni nome che aggiungiamo alla lista delle vittime di femminicidio è un richiamo, un monito, un segnale di cui dobbiamo tener conto se davvero vogliamo costruire una società più giusta e sicura per tutte.








