Tassa di soggiorno, destinarla all’uso più giusto

È stata introdotta da oltre dieci anni e sin dall’inizio è stata sempre definita una ‘gabella’ imposta ai turisti, sempre contornata da controversie in ordine sparso in tutti i Comuni turistici  italiani.

Oggi che per la tassa di soggiorno, come ormai viene comunemente chiamata, arrivano i primi ristori dello Stato per compensare il gettito ridotto a causa del Covid (si tratta di 250 dei 350 milioni stanziati dal ministero delle Finanze attraverso un apposito Fondo per il periodo febbraio 2020-marzo 2021) si apre un nuovo fronte di perplessità anche se, a ben vedere, c’è sempre stato. «Bisogna che il governo stabilisca, con una norma ad hoc, l’obbligatorietà della destinazione di queste risorse per servizi legati al turismo e più in generale all’accoglienza. Il rischio è che alla fine i Comuni utilizzino questi soldi nel calderone generale delle loro spese, senza destinarli all’uso che per noi è decisamente più giusto e coerente con le finalità dell’imposta di soggiorno. È vero che non c’è alcun obbligo per i Comuni di spendere il ricavato della tassa in questo modo ma,, a conti fatti a rimetterci sono i turisti, che pagano senza vedere migliorati i servizi dei Comuni che li ospitano; e gli operatori turistici che in quanto sostituti d’imposta non possono esimersi per legge dall’obbligo di esigere la gabella ad ogni prenotazione.

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