La politica deve tornare a essere un servizio, non una professione

Per troppo tempo abbiamo assistito a una trasformazione della politica: da attività al servizio della collettività a vera e propria professione. Una carriera che, in alcuni casi, può durare decenni e che rischia di allontanare chi governa dalla realtà quotidiana dei cittadini.

È necessario, invece, riportare la politica alla sua funzione originaria: un servizio temporaneo alla comunità.

Chi decide di impegnarsi in politica dovrebbe farlo con la consapevolezza di assumere una responsabilità nei confronti dei cittadini. La politica non dovrebbe diventare un modo per costruirsi una carriera personale, ma un periodo della propria vita dedicato alla gestione della cosa pubblica.

Per questo sarebbe opportuno ripensare anche il sistema delle retribuzioni. Gli stipendi dei parlamentari e degli amministratori pubblici dovrebbero essere adeguati alle responsabilità dell’incarico, ma senza trasformare la politica in un percorso economicamente privilegiato rispetto alla vita professionale di milioni di cittadini. Chi sceglie di servire lo Stato o la propria comunità non dovrebbe avere come principale obiettivo la convenienza personale.

Ma il problema non riguarda soltanto gli stipendi. Riguarda soprattutto la responsabilità di chi governa.

Ogni candidato si presenta agli elettori con un programma. Promette interventi, riforme, opere, cambiamenti e soluzioni ai problemi del territorio. Gli elettori, sulla base di quelle promesse, decidono a chi affidare il proprio voto.

Una volta ottenuto il mandato, però, troppo spesso il programma elettorale finisce nel dimenticatoio.

È qui che dovrebbe cambiare radicalmente il rapporto tra politica e cittadini.

Chi viene eletto dovrebbe assumersi un impegno concreto: realizzare ciò che ha promesso. Non necessariamente ogni singolo punto, perché governare significa anche confrontarsi con emergenze, imprevisti, vincoli economici e condizioni che possono cambiare nel corso del mandato. Ma gli obiettivi fondamentali presentati agli elettori devono essere verificabili e devono diventare il principale parametro attraverso il quale giudicare l’operato di un’amministrazione.

Si potrebbe quindi introdurre un principio semplice: dopo tre anni dall’inizio del mandato, il programma di governo dovrebbe essere sottoposto a una verifica pubblica e trasparente.

Se gli obiettivi principali sono stati avviati o realizzati, chi governa può proseguire il proprio mandato. Se invece una parte significativa degli impegni fondamentali è rimasta sulla carta senza motivazioni valide, dovrebbe scattare una forma concreta di responsabilità politica, fino alla possibilità di lasciare l’incarico.

Non si tratta di pretendere l’impossibile. Si tratta di restituire valore alla parola data.

La democrazia non può ridursi al momento in cui il cittadino entra nella cabina elettorale. La democrazia deve continuare anche dopo il voto, attraverso il controllo, la trasparenza e la responsabilità di chi ha ricevuto un mandato.

Chi chiede il voto deve sapere che quel voto rappresenta una fiducia. E la fiducia, per essere mantenuta, deve essere accompagnata dai risultati.

La politica dovrebbe quindi avere un principio fondamentale: chi governa non deve essere giudicato soltanto per ciò che promette, ma soprattutto per ciò che realizza.

È arrivato il momento di superare l’idea della politica come carriera permanente. Servire le istituzioni dovrebbe essere un incarico temporaneo, svolto con dignità e competenza, e poi lasciare spazio ad altri cittadini, ad altre professionalità e a nuove idee.

Una politica più vicina alla società, con meno privilegi, maggiore trasparenza e soprattutto maggiore responsabilità potrebbe contribuire a ricostruire quel rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni che negli ultimi anni si è progressivamente indebolito.

La politica non dovrebbe essere un mestiere da difendere.
Dovrebbe essere una responsabilità da assumere.
E quando quella responsabilità viene meno, bisogna avere il coraggio di farsi da parte.

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