( di Rosario Muro) -Ogni volta che le tensioni crescono nel Medio Oriente, il mondo torna a guardare con apprensione a un sottile braccio di mare largo poco più di trenta chilometri: lo Stretto di Hormuz. Tra titoli allarmistici, teorie del complotto e scenari da fine del mondo energetico, sorge spontanea una domanda: è tutto vero o c’è molta retorica?
La risposta non è un semplice “sì” o “no”. La centralità geopolitica di questo snodo è indiscutibile, ma la narrazione che spesso ne deriva viene ingigantita da dinamiche speculative e paure irrazionali.
La realtà dei fatti: perché Hormuz è un “collo di bottiglia” globale
Rimuovendo il clamore mediatico, rimangono i dati strutturali che rendono Hormuz il punto più critico della mappa energetica mondiale:
Attraverso lo stretto transita ogni giorno circa un quinto del fabbisogno globale di petrolio (circa 20 milioni di barili) e quasi il 20% del gas naturale liquefatto (GNL). Non esistono infrastrutture terrestri o oleodotti alternativi capaci di assorbire e deviare questo volume in caso di chiusura prolungata.
Anche se l’80% del greggio in uscita dal Golfo Persico è diretto verso i mercati asiatici (Cina, India, Giappone), l’Occidente non ne è affatto immune. Il mercato dell’energia è interconnesso: se un barile manca a Pechino, la competizione per accaparrarsi le risorse rimanenti fa impennare i prezzi su scala globale.
I principali paesi esportatori dotati di “capacità di riserva” — ovvero la possibilità di estrarre e immettere rapidamente barili extra sul mercato per calmierare i prezzi, come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait — si affacciano tutti nel Golfo Persico. Bloccare lo stretto significa paralizzare l’unica vera rete di salvataggio del mercato mondiale.
Oltre il mito: cosa c’è di falso o ingigantito
Accanto alla realtà geografica ed economica, esistono narrazioni che distorcono la realtà dei fatti:
L’idea che i “Signori del Petrolio” o i governi della regione desiderino la chiusura dello stretto per arricchirsi è fuorviante. Per i paesi produttori, un blocco totale è un’arma a doppio taglio: azzera le loro stesse entrate fiscali e spinge i paesi d’importazione ad accelerare in modo irreversibile verso le energie rinnovabili e la de-carbonizzazione.
L’allarme non riguarda la mancanza di greggio nel sottosuolo. La materia prima c’è; il vero problema è la logistica e la sostenibilità economica dei trasporti quando esplodono i costi assicurativi per i mercantili, aumentano i noli e la navigazione diventa un rischio concreto.








