Il sistema europeo ETS (Emission Trading System), lo strumento con cui l’Unione Europea mette un prezzo alle emissioni di CO₂, è tornato al centro del dibattito politico ed economico in Italia. Da un lato viene considerato una leva fondamentale per accelerare la transizione energetica; dall’altro è spesso indicato come uno dei fattori che contribuiscono all’aumento dei costi energetici.
Secondo i dati discussi in un evento organizzato da Ecco Think Tank alla Camera dei Deputati il 17 giugno, negli ultimi dodici anni l’Italia ha incassato circa 19 miliardi di euro dalle aste delle quote di emissione. Tuttavia, solo una quota ridotta di queste risorse sarebbe stata effettivamente destinata a politiche legate alla transizione ecologica: circa 1,6 miliardi, pari a poco più del 10% del totale.
Il confronto con altri Paesi europei evidenzia una differenza significativa: in media, circa tre quarti dei proventi ETS vengono reinvestiti in interventi per il clima, l’efficienza energetica e la riduzione delle emissioni.
Il ruolo dell’ETS e il peso sulle bollette
Nel dibattito pubblico l’ETS viene spesso chiamato in causa come possibile causa del caro energia. Tuttavia, diversi analisti sottolineano come il suo impatto sulle bollette sia limitato rispetto ad altri fattori.
Il prezzo dell’elettricità in Italia, infatti, sarebbe determinato principalmente dal costo del gas naturale e dalla forte dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili. In questa struttura di mercato, il peso della CO₂ inciderebbe solo in misura marginale: secondo alcune stime, circa il 3% della bolletta elettrica domestica.
Da questa prospettiva, sospendere o indebolire il sistema ETS avrebbe effetti contenuti sui prezzi finali pagati da famiglie e imprese.
Le richieste del mondo produttivo
Il mondo industriale, pur non mettendo in discussione gli obiettivi di decarbonizzazione, chiede alcuni correttivi al sistema. In particolare, Confindustria e altri rappresentanti del settore evidenziano la necessità di rivedere il meccanismo di assegnazione delle quote, che oggi premia i migliori performer senza considerare le diverse condizioni energetiche dei vari comparti produttivi.
Tra le criticità segnalate anche il rischio di distorsioni nel mercato delle aste, con la presenza di operatori extraeuropei accusati di comportamenti speculativi. Per questo viene proposta, tra le varie ipotesi, anche l’introduzione di un tetto al prezzo della CO₂, ad esempio intorno ai 45 euro a tonnellata, per limitare l’impatto sulla competitività delle imprese europee rispetto a concorrenti internazionali con costi molto più bassi.
Come utilizzare i proventi ETS
Uno dei punti su cui si registra maggiore convergenza riguarda la destinazione delle risorse generate dal sistema ETS. Secondo le proposte emerse nel dibattito, questi fondi dovrebbero essere utilizzati in modo più strategico per sostenere la transizione energetica e ridurre il peso delle bollette nel lungo periodo.
Tra gli interventi indicati figurano:
- il miglioramento dell’efficienza energetica nelle imprese;
- l’elettrificazione dei processi industriali;
- il sostegno alle famiglie più vulnerabili;
- lo sviluppo delle energie rinnovabili;
- misure di compensazione per i settori produttivi più esposti ai costi energetici.
L’obiettivo sarebbe duplice: accelerare la decarbonizzazione e ridurre strutturalmente la dipendenza dell’Italia da gas e petrolio.
Una sfida europea e nazionale
La revisione periodica del sistema ETS, attesa a livello europeo, riaprirà il confronto tra gli Stati membri su temi cruciali come competitività industriale, sicurezza energetica e politiche climatiche.
Per l’Italia, la questione non riguarda solo il funzionamento dello strumento, ma anche la gestione dei proventi e la trasparenza del loro utilizzo. Il nodo centrale resta infatti come trasformare miliardi di entrate già disponibili in investimenti concreti capaci di sostenere la transizione energetica e, allo stesso tempo, alleggerire i costi per famiglie e imprese nei prossimi anni.










